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Vox, un osservatorio per i diritti


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 1:31 pm CEST

Alcuni colleghi e amici mi hanno coinvolto in una nuova interessante iniziativa della quale c’è disperatamente bisogno in un Paese, come l’Italia, assetato di diritti. Si chiama VOX, ed è l’Osservatorio italiano sui diritti.

E’ un think tank che si propone di riflettere, sia attraverso i blog e le notizie, sia con eventi che verranno organizzati nei prossimi mesi, sulle tematiche legate ai diritti. E’ una voce che viene dal basso, che vuole essere cassa di risonanza per la politica, da sempre sorda a questi temi, e per la società civile, dalla quale VOX è destinato a trarre vigore ed ispirazione. Saranno trattati vari temi, dall’Europa ai diritti delle persone gay lesbiche bisessuali e transgender (Lgbt), dai diritti derivanti dall’autonomia individuale (libertà di scelta) alla salute, dai diritti sociali all’educazione, al fisco alla giustizia e al lavoro e così via.

E’ fondamentale che tutti ci riappropriamo dei nostri diritti, che abbiamo già perché ce li conferisce la Costituzione, ma spesso sono taciuti, contesi, silenziati da una politica muta, cieca e sorda alle esigenze delle persone. E anche quando timidamente riconosciuti, tali diritti vanno pazientemente coltivati ed energicamente difesi, perché la lotta per i diritti può avere un inizio ma certamente non ha una fine.

Tutti quelli che lavorano in VOX, me compreso, sanno che si vive in una società più libera, più giusta e più equa solo se si mette al centro la persona, con tutte le sue dimensioni e la sua dignità sempre meritevole di protezione. La crisi economica ha annebbiato le menti facendo credere che la fede nei vincoli di bilancio, nei patti di stabilità e nel calo dello spread siano le risposte alle attuali sofferenze di tutti. Ma non è così. La vera risposta risiede nella cultura dei diritti, che può nascere solo dal basso.

VOX è tutto questo, e voglio che chi mi segue su Il Fatto Quotidiano lo sappia. Come scriveva Norberto Bobbio, “Le violazioni sistematiche dei diritti della persona umana sono realizzate in un numero sempre più grande di paesi e di comunità.” E lo scriveva prima della Carta europea dei diritti fondamentali, prima delle decisioni di corti europee che hanno riconosciuto nuovi diritti.

A dimostrazione che non è mai finita.

Amministrative Roma, parla Bettini: “Dopo Zingaretti, Marino è il migliore”


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 1:02 pm CEST

La pancia di Goffredo Bettini contiene tutta la sinistra romana. È il depositario di ogni accordo che su Roma, ai suoi lati (potremmo dire ai suoi fianchi) negli ultimi vent’anni si sono conclusi. È un uomo di potere intelligente, ama i libri, ha amato il Pci fino a patirne fisicamente la scomparsa (“mi venne la depressione e durò tre anni”). Ama la classe operaia ma gli ispira tanto stare al fianco dei costruttori. Discepolo di Berlinguer, amico di tutti i Caltagirone della Capitale, ha fatto e disfatto sindaci e giunte e ha dato la spinta necessaria a Ignazio Marino, l’ultimo prescelto. Ritrovarlo con la maglietta della salute e la barba di qualche giorno nel salottino della casa “che divido con una famiglia marocchina in difficoltà”, e l’aria dell’osservatore partecipe ma sfaccendato è insieme utile e singolare. “Ignazio sarà un ottimo sindaco. Ha dato prova di grande spessore etico, è un Argan della scienza, un bel tipo”. 

Galoppa in solitaria, corre da un giardinetto all’altro, un po’ alla rinfusa. “Sta facendo una campagna elettorale guascona” (ride). Non è romano e si vede, e sembra che patisca l’assenza di una qualche connessione sentimentale con la città: “È un irregolare, vero”. Lui irregolare, il partito defunto. Non è che l’ha invece mandato contro un muro? “Andiamo per ordine: Nicola Zingaretti, il più bravo di tutti, ha scelto la Regione Lazio. Paolo Gentiloni ha la competenza e la conoscenza, ma gli faceva difetto una capacità di coinvolgere tutta Roma nel suo progetto. David Sassoli, idem. Ignazio Marino è il meglio. Gli manca quel po’ di ansia che fece dire a Francesco Rutelli, quando gli comunicai che sarebbe stato lui il nostro candidato: se faccio il sindaco di Roma andrò a piedi fino a Milano. Non ci è andato, ma ha scarpinato in città per l’equivalente dei chilometri promessi come atto di gratitudine”. Con i costruttori ha costruito le vittorie di Rutelli, ha gestito il potere con Veltroni, con Gianni Letta ha pianificato le opere-simbolo della capitale, una su tutte: l’Auditorium della Musica. Un concentrato di amicizie affluenti che adesso sembra svanito nel nulla. “Roma è una città di destra. E se la sinistra voleva governarla doveva allargare il proprio campo. Era e resta il mio pensiero. Posso convenire con lei su un punto: ho esercitato un’influenza morale su questa città, mi hanno riconosciuto come rappresentante di un potere politico forte, limpido, identificabile. Ho sempre parlato con loro sentendomi alla pari. La nostra visione, le nostre suggestioni e anche la qualità del ceto politico che con me è cresciuto e si è affermato ha prodotto rispetto nei nostri interlocutori”. Ora zero. “Mi pare che si sian messi di traverso”. Il Pd non esiste. “Un partito personale che genera tanti partitini personali. Una matrioska che contiene micro potentati, con uno sviluppo autarchico, disordinato. Non c’è nessuno che domanda, nessuno che risponda, nessuno che renda conto. Per questo ho deciso di promuovere una mozione congressuale”.

E un governo da tenere in vita: “Mi sembra che Letta nella sua pancia abbia un ordigno di autodistruzione. Le caratteristiche dell’esecutivo sono note e la sua eccezionalità conosciuta a tutti”. Bettini è fuori la politica ma è dentro. “Ancora sono nel coordinamento nazionale del partito, ammesso che valga”. Non più parlamentare. “Dimessomi con onore”. Con la testa un po’ in Thailandia: “Vivo lì almeno sei mesi all’anno. Organizzo il festival Movie Mov, una grande rassegna cinematografica sui talenti italiani tra Manila, Bangkok e la Birmania. Sa, devo pur vivere”. Tre legislature se le è fatte: “La pensione è di sei mila euro al mese. Che divido con la mia mamma novantaduenne”. Ma Roma resiste nel cuor: “Al mio sessantesimo compleanno ho voluto invitare anche personalità distanti dal nostro mondo, ma che a mio avviso hanno segnato la crescita di Roma”. Puntuale si è presentato Caltagirone. “E con lui Toti e Parnasi. E basta”. Basta? “Le ripeto: legami instaurati alla luce del sole, rapporti alla pari, potenze che si riconoscono”. Riporto la denuncia di un architetto: Bettini è stato il regista delle nefandezze urbanistiche di Roma. “Quel tizio è stato querelato”. Marino ce la fa? “Alemanno è partito male, al secondo turno non vedo gara”.

Giro d’Italia 2013, Di Luca squalificato (e recidivo) per doping: “Positivo all’Epo”


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 12:49 pm CEST

L’ombra del doping torna ad allungarsi sul Giro d’Italia. Danilo Di Luca è risultato positivo all’Epo ad un controllo a sorpresa effettuato nella sua abitazione il 29 aprile, a meno di una settimana dall’inizio della Corsa Rosa che registra così il secondo caso di doping di questa edizione 2013. Il 10 maggio, infatti, al termine della settimana tappa, Sylvain Georges, corridore francese della squadra Ag2r, era stato sottoposto ad un test anti-doping che aveva evidenziato la presenza di heptaminolo, uno stimolante illecito. Positività confermata anche dalle contro-analisi. Ma se il caso di Georges, gregario poco noto al grande pubblico e quasi sempre nelle retrovie del gruppo, era passato sotto traccia, la positività di Danilo Di Luca rappresenta un brutto colpo per il Giro d’Italia e ancora una volta per lo sport delle due ruote, visto che Di Luca è recidivo e con il doping aveva avuto già problemi per due volte negli ultimi 6 anni.

Uomo simbolo del ciclismo italiano degli anni Duemila – vincitore del Giro del 2007 ma anche della Liegi-Bastogne-Liegi, dell’Amstel Gold Race e del Giro di Lombardia –, nel 2007 era stato squalificato per tre mesi per la frequentazione tra il 2003 e il 2004 del medico Carlo Santuccione, sospeso dal Coni tra il 1995 ed il 2000 e poi coinvolto nell’inchiesta Oil for Drugs (per la quale è stato radiato a vita). Nel 2008, poi, ecco l’esito anomalo di un controllo effettuato proprio durante il Giro vinto l’anno precedente: la Procura anti-doping chiese una squalifica di due anni, da cui però Di Luca fu assolto perché l’ipotesi accusatoria non aveva raggiunto il grado di probabilità richiesto dal regolamento Wada.

La squalifica è arrivata invece tre anni dopo: durante il Giro d’Italia del 2009 (concluso quell’anno al secondo posto, alle spalle del russo Denis Menchov), Di Luca era stato trovato positivo al Cera (l’epo di “terza generazione”) in due diversi controlli, al termine della 11esima e della 18esima tappa. Sospeso dall’Uci e licenziato dalla sua squadra (la Lpr–Vini Farnese), il primo febbraio 2010 era stato squalificato dal Coni per due anni, poi ridotti di nove mesi per la collaborazione nelle indagini.

Scontata la squalifica, Di Luca è tornato alle corse nel 2011 con la Katusha. Nel 2012 ha corso per la Acqua e Sapone, dimostrando di essere di nuovo competitivo con il secondo posto al campionato italiano, e guadagnandosi così l’occasione di tornare al Giro d’Italia con la Vini Fantini-Selle Italia. Fin qui la corsa di Di Luca non era stata particolarmente entusiasmante: qualche attacco e tentativo di fuga non riuscito, in classifica il Killer di Spoltore (così soprannominato dai tifosi per la sua proverbiale “sparata” in salita) era 26esimo, ad oltre mezz’ora di distacco dalla maglia rosa di Vincenzo Nibali. A 37 anni, però, anche per ottenere questi modesti risultati serviva evidentemente un “aiutino”. Se confermata dalle controanalisi, questa seconda (quasi terza) positività segnerà la fine della carriera dell’abruzzese, vista l’età avanzata e soprattutto la recidività. Di sicuro non correrà con la Vini Fantini-Selle Italia: “Di Luca è licenziato, è un corridore che io nemmeno volevo in squadra perché non mi dava tranquillità – dice il direttore sportivo Luca Scinto, che parlando con l’AdnKronos si dice furioso e amareggiato – Lo sponsor voleva dargli un’altra possibilità, io ho lottato per non prenderlo ma ho dovuto accettare a malincuore”, spiega Scinto all’Adnkronos. “Di Luca ha tradito me e anche lo sponsor, per me le persone trovate positive prima del Giro sono malate e si devono curare”. Scinto usa parole nette: “Nel 2013 essere trovati positivi all’Epo è una cosa da dementi. Sbagliare nella vita può succedere a tutti ma ripetersi è da malati, che fosse cretino fino a questo punto non lo pensavo”. Licenziato? “Non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Lui ha firmato un regolamento interno della squadra molto rigido e ne pagherà le conseguenze anche a livello economico”.

Di Luca, quindi, non ripartirà domani per quella che sarebbe dovuta essere la 20esima tappa, ma che sarà la 19esima (quella di oggi, Ponte di Legno-Val Martello, è stata annullata per neve). Ma non è bastato. E anche la tappa di domani da Silandro alle Tre cime di Lavaredo (l’arrivo principe dell’edizione di quest’anno) è a rischio. Senza Wiggins e Hesjedal (protagonisti annunciati e ritirati), poco spettacolare e dal percorso mutilato, adesso il Giro dovrà fare i conti ora anche con l’incubo doping. Davvero non è il finale che gli appassionati si aspettavano.

Grillo: “L’ignoranza del giovane Renzie. Berlusconi è già ineleggibile”


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 12:37 pm CEST

“Il giovane Renzie ha dichiarato: ‘Fare una legge per dichiarare Berlusconi ineleggibile è ridicolo: gli avversari si vincono battendoli con le idee, non squalificandoli con regole ad personam’. Non sa che la legge che decreterebbe l’ineleggibilità di Berlusconi è del 1957 per cui i titolari di una concessione pubblica e i rappresentanti legali di una società che fa affari con lo Stato non possono essere eletti”. Beppe Grillo sul suo blog attacca il sindaco di Firenze in un post dal titolo ”l’ignoranza del giovane Renzie” che riguarda l’ineleggibilità dell’ex premier, già prevista dalla legge. “Ma in questo Paese – prosegue citando Marco Travaglio – ‘anche le leggi, come i reati, cadono in prescrizione dopo un pò’”.

Dal suo comizio a Siena in vista delle amministrative, giovedì Grillo ha rilanciato il tema di un referendum sulla moneta unica, argomento sul quale anche il capogruppo al Senato Vito Crimi è intervenuto a Radio24. ”Italia fuori dall’euro? E’ qualcosa sulla quale dobbiamo lavorare – ha detto – Perché non è così scontato. E non è neanche così scontato che si debba ragionare su euro sì euro no, ma ci sono varie possibilità, come la possibilità di euro a due velocità”. Tuttavia ha specificato che “un referendum purtroppo per il nostro ordinamento non è possibile. Magari – ha aggiunto – fosse introdotta anche la possibilità di fare referendum propositivi o consultivi e non solo abrogativi”.

Quanto al servizio di Milena Gabanelli sul Movimento 5 Stelle sui proventi del blog di Grillo e sui relativi guadagni della Casaleggio Associati, Crimi ha detto: ”Non so se sia libera, non mi interessa saperlo, quello che so è che ho visto un servizio l’altra sera che non era un’informazione completissima, sono stati messi insieme tutta una seria di informazioni anti-Grillo e anti-Casaleggio senza però arrivare a molto”. Quanto al rapporto con l’informazione, “non c’è assolutamente nessuna lista di giornalisti bravi e non bravi, ognuno di noi ha avuto modo di confrontarsi con molti giornalisti, nel tempo si impara a conoscerli e si impara anche a conoscere qualcuno che quando dici qualcosa poi la travisa, o la utilizza in modo distorto”. E conclude: “Esempi ce ne sono tanti ma alla fine cerchiamo di essere presenti in vari programmi. Certo quando c’è stato il dibattito sulla diaria avevamo ad ascoltarci uno stuolo di giornalisti, però non abbiamo giornalisti che ci chiedono ‘è vero che oggi avete presentato il decreto per l’abolizione delle Province?”.

Bottiglie molotov contro la casa del presidente della provincia di Ravenna


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 11:48 am CEST

La scorsa notte l’abitazione di Claudio Casadio, presidente Pd della Provincia di Ravenna, è stata colpita da due attacchi incendiari. In due orari diversi, ignoti hanno dato il fuoco alla sua auto e poi lanciato molotov contro la porta di casa, nel centro di Faenza, senza fare feriti.

Il primo attacco è avvenuto attorno alla mezzanotte quando Casadio, che era appena tornato da Ravenna dove era stato a un concerto, ha visto l’auto in fiamme e ha pensato a un guasto del motore. Ma dopo le 3 i vigili del fuoco sono dovuti tornare, questa volta per tre molotov lanciate contro il portone. Le fiamme hanno distrutto la tenda di ingresso. A quel punto sono stati allertati anche carabinieri e polizia.

In seguito a quanto accaduto una pattuglia è rimasta a sorvegliare l’abitazione per il resto della notte. Un’altra è intervenuta a presidiare la casa del sindaco faentino Giovanni Malpezzi, anch’egli esponente del Pd. Sul posto sono stati recuperati cocci di bottiglia da birra. Al vaglio testimonianze circa un paio di incappucciati visti allontanarsi.

“E’ stato un gesto eclatante, volutamente eclatante. Ma pochi commenti e lasciamo lavorare gli inquirenti, le forze dell’ordine si sono attivate tempestivamente”, commenta Casadio, ancora scosso dopo una notte di paura. Le molotov, spiega, “forse sono tre”. Nell’abitazione c’erano il presidente, la moglie e la figlia: “Ci siamo svegliati e abbiamo visto le fiamme, abbiamo chiamato i vigili del fuoco che sono arrivati subito. Danni? La nostra auto, parcheggiata nel garage, è distrutta”.

“È un fatto gravissimo, sul quale occorre fare piena luce al più presto, affinchè non abbiano il minimo spazio di azione coloro i quali fomentano l’intolleranza e la violenza”, così il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, stigmatizza l’accaduto, “Rivolgo la mia piena e sincera solidarietà e vicinanza al Presidente Casadio e alla sua famiglia. Sono certo che le Istituzioni della Repubblica sapranno reagire prontamente e con efficacia per isolare coloro i quali ledono le regole della civile convivenza”.

Il sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, denuncia: “Quello compiuto stanotte è un assalto criminale di gravità inaudita, che turba profondamente la nostra comunità: che io ricordi mai prima d’ora si era verificato un episodio del genere nella nostra provincia”.

Cyberwar, Twitter e la doppia autentificazione


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 11:18 am CEST

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata il falso tweet partito dal’’account Twitter dell’Associated Press, la più famosa agenzia di stampa al mondo. Era il 23 aprile scorso, quando l’Ap batte poche, sconcertanti parole: “Due esplosioni alla Casa Bianca, ferito il Presidente Obama”. Immediata l’eco da un capo all’altro del mondo, la borsa di New York crolla con 136 miliardi di capitalizzazione e 145 punti del Dow Jones andati in fumo. Nel giro di pochi minuti, la stessa agenzia di stampa ristabilisce la realtà dei fatti: “Siamo stati hackerati, ci scusiamo, il nostro account viene sospeso”.

Altri profili Twitter avevano subito la stessa sorte, diventando, allo stesso tempo, campi di battaglia e obiettivi “privilegiati” di una cyberwar, senza esclusione di clic. Dal  Financial Times a 60 Minutes, fino ai profili di Burger King e Jeep. Anche undici giornalisti del Guardian, il quotidiano britannico, erano finiti nel mirino di hacker che avevano fatto partire falsi tweet di sostegno alle forze armate siriane. Attacchi rivendicati, nella maggior parte dei casi, proprio dal Syrian Elettronic Army (Sea), un agguerrito gruppo di cyber fanatici, fedeli al regime del dittatore Bashar Al Assad.

Troppo per Dick Costolo, Chief Executive Officer di Twitter, che, in poco meno di un mese, ha deciso di correre ai ripari. “Oggi abbiamo introdotto un nuovo sistema per proteggere il tuo account: login verification”, annuncia Jim O’ Leary, membro del team che si occupa della sicurezza, con un post sul blog ufficiale di Twitter. D’ora in avanti, per i duecento milioni di profili Twitter, la doppia autenticazione significherà fare login due volte: la prima con il tradizionale binomio di nome utente e password, la seconda con un codice di sei cifre inviato sullo smartphone, che accerterà così l’identità dell’utente. Lanciata da Google nel 2010,  la “two –factor authentication” è stata in seguito utilizzata dalla Bank of America per le operazioni dei propri clienti, da Apple e da Facebook. “Per un lungo periodo di tempo, le banche, le istituzioni finanziarie internazionali, sono stati i target di riferimento degli hacker di tutto il mondo” ha dichiarato Barmak Meftah, veterano della sicurezza e Ceo di AlienVault. “Ora il fronte cambia. Attaccare i social media ha un enorme impatto, capillare e dalla risonanza internazionale”.

Il presidente Obama ha stimato in 1000 miliardi di dollari la perdita netta per le aziende tecnologiche americana a causa degli attacchi informatici, mentre il Direttore nazionale dell’Intelligence Usa ha posto la cyberguerra al primo posto tra le minacce alla sicurezza nazionale.

Appalti e favori, ecco che fine hanno fatto i protagonisti della cricca


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 11:14 am CEST

Il luogo d’incontro dei due grandi protagonisti della cricca, di per sé evoca brutti ricordi: Il pasticciaccio in via Merulana a Roma. Un bar a pochi metri dal palazzo che ha ispirato il romanzo capolavoro di Carlo Emilio Gadda. Sono da poco passate le 8 di sabato 20 aprile, in un tavolino nel retro del bistrot, si incontrano Angelo Balducci e Diego Anemone.

L’ex potente provveditore alle Opere pubbliche, e l’imprenditore che era riuscito ad accaparrarsi i lavori più importanti per i Grandi Eventi, parlano fitti fitti. “Ma poi tu mi aiuterai?” dice Balducci quasi prostrato verso l’amico di sempre. Anemone chiede di uscire per fumarsi una sigaretta. Una telecamera del Fatto li immortala. Tranne che in vecchie foto del Ros dei Carabinieri, mai nessuno li ha ripresi assieme. Di lì a pochi giorni, i magistrati romani chiederanno il rinvio a giudizio per i due e altre 14 persone coinvolte a vario titolo nell’inchiesta relativa ad irregolarità negli appalti per la realizzazione dei cosiddetti Grandi eventi. Ma che fine hanno fatto gli altri protagonisti della cricca?

GUIDO BERTOLASO

“A giugno torno in Sudan. C’è bisogno di una grande mano e noi facciamo il possibile”, racconta Guido Bertolaso. Per l’ex capo della Protezione civile, la vita di oggi è lontanissima da quella “gelatinosa” di qualche anno fa. “Passo sette mesi all’anno tra Haiti, dove lavoro con una suora straordinaria, e l’Africa: sta per ricominciare la stagione delle piogge, che porta pazzesche epidemie di malaria: io stesso l’ho presa. E’ stato un attacco drammatico, di malaria cattiva, quella che ti ammazza, se non la curi”. Ma voltare pagina non è così semplice, dato che la Procura di Roma, a fine aprile, ha chiesto il rinvio a giudizio anche per lui, accusato di corruzione perché, da pubblico ufficiale, avrebbe favorito Anemone in cambio di denaro e favori. In occasione delle ultime Politiche, il Pdl gli ha proposto la candidatura: “L’ho rifiutata anche a questo giro, non hanno più il coraggio di insistere”.

DIEGO ANEMONE

Il potente ex costruttore romano, Diego Anemone, sembra non svolgere nessuna attività lavorativa. L’imprenditore edile, finito in una miriade di processi – ma per ora senza condanne – è indagato nell’ambito dell’inchiesta su uno scambio di favori e corruzioni tra imprenditori e pubblici ufficiali per l’assegnazione degli appalti per i Grandi Eventi. I reati contestati sono l‘associazione per delinquere e la corruzione. Nella cricca, Anenome era colui che si occupava anche di soddisfare in ogni modo gli alti funzionari che gestivano i Grandi Eventi, procacciando loro, dalle ragazze allo champagne. Solo pochi mesi fa, la GdF ha contestato alle società del gruppo che gestiva col fratello un’evasione fiscale da 166 milioni di euro e fatture false per altri 38 milioni.

ANGELO BALDUCCI

Non è solo chiamato a rispondere dai magistrati romani, assieme ad Anemone, di associazione per delinquere. Il 17 maggio scorso infatti la Procura di Roma ha sequestrato beni per 12 milioni di euro ad Angelo Balducci. Tra questi ci sono anche le quote della società Edelweiss, quella che produceva i film interpretati da uno dei suoi figli, Lorenzo. Condannato già dal tribunale di Roma per la vicenda dell’appalto della caserma Marescialli di Firenze a tre anni e 8 mesi di reclusione, oggi ha una pensione da grosso dirigente pubblico.

FRANCESCO PISCICELLI

Si è rifugiato in una magnifica villa all’Argentario Francesco Piscicelli, l’imprenditore che, intercettato, rideva del terremoto a L’Aquila. “La mia giornata di oggi? Meglio che non la racconti. Continuo a subire minacce, anche a mano armata. Tantissime: mi hanno bruciato l’elicottero, mi lasciano proiettili nella cassetta della posta. Ora ho una tutela molto blanda delle forze dell’ordine. Anche perché le istituzioni, solo perché inquisito, mi hanno tolto il porto d’armi”. E che fa, oggi, Piscicelli? “Continuo con il mio lavoro, che è quello del costruttore. E poi collaboro con i pm”. I giudici romani per l’appalto della caserma Marescialli di Firenze, lo hanno condannato a 2 anni e 8 mesi.

FABIO DE SANTIS

Da ingegnere a oste. È la nuova vita di Fabio De Santis, ex provveditore alle Opere pubbliche della Toscana, che dopo esser finito negli scandali della cricca del G8 ha preferito lasciarsi il passato alle spalle e dedicarsi alla ristorazione. Ad oggi consiglia piatti di pesce e vini pregiati in un gettonato ristorante nell’elegante quartiere Prati a Roma. Ha ricevuto dalla Corte di Roma una condanna a tre anni e 8 mesi per l’appalto di Firenze.

RICCARDO FUSI

Non ha tanta voglia di parlare perché “sono molto stanco di subire ingiustizie, e nessuno di voi è interessato alla verità”. Anche per lui i travagli giudiziari non sono affatto finiti. L’ex patron del gruppo di costruzioni Btp è stato da poco iscritto nel registro degli indagati a Firenze con l’accusa di bancarotta semplice e fraudolenta. L’indagine nasce proprio da uno sviluppo degli accertamenti che la procura fiorentina fece sulla cricca, procedimento per il quale Fusi è già stato condannato in primo grado. I magistrati romani invece per la caserma di Firenze lo hanno condannato a 2 anni, la pena è stata poi sospesa.

REGINA PROFETA

L’ex soubrette brasiliana, dal 17 maggio a processo per favoreggiamento della prostituzione (e intercettata nello scandalo che coinvolge Bertolaso), tiene a precisare: “Io non ho mai fatto Cacao Meravigliao con Arbore, come dicono tutti”. Regina giura che la sua carriera non è stata affatto offuscata dalle inchieste: “Continuo a organizzare feste al Salaria Sport Village e punto alla politica. Sono già stata candidata alle comunali con Rutelli, ora penso a Grillo, con cui ballavo in Rai vent’anni fa”.

DON EVALDO BIASINI

Lo hanno ribattezzato “Don Bancomat” per i rapporti che il padre aveva con Diego Anemone, al quale ha celebrato anche le nozze e al quale custodiva e dava denaro. Spiegava: “Io a Diego gli davo i soldi perché lui faceva lavori per noi”. Archiviata la vicenda cricca è spuntato in un filone di inchiesta sullo Ior, la banca vaticana. Don Bancomat è stato anche indagato per riciclaggio, indagini ancora in corso a Roma. Vicende che sono costate a Biasini il ruolo di economo nella “Congregazione dei missionari del preziosissimo sangue” di cui fa ancora parte”.

ANGELO ZAMPOLINI

“Lavoro, nonostante la crisi: ho ripreso dopo la sospensione da parte dell’ordine degli architetti”. Angelo Zampolini, l’architetto che ha patteggiato 11 mesi di carcere a Perugia, pena sospesa, per favoreggiamento nell’ambito di un filone di inchiesta sulla cricca, è tornato alla sua attività. Ha ammesso di aver portato gli 80 assegni serviti a comprare la casa con vista Colosseo di Claudio Scajola, ad “insaputa” dell’ex ministro. “Non mi parli più di Anemone, ho tre cause con lui”.

Di Beatrice Borromeo e David Pierluigi Hanno collaborato Nello Trocchia e Valeria Pacelli

Da Il Fatto Quotidiano del 24 maggio 2013

Elezioni in Emilia, Pd alla prova inciucio e i 5 Stelle tentano il sorpasso


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 11:00 am CEST

L’inciucio Pd/Pdl alla prova elettorale. Cartina tornasole la storia roccaforte rossa dell’Emilia Romagna con 16 Comuni al voto tra domenica 26 e lunedì 27 maggio, proprio dove il partito di Epifani presenta falle ovunque. Tanto che l’unico big dei democratici che giungerà a fare campagna elettorale è il “forestiero” Matteo Renzi, a Imola per sostenere il candidato Daniele Manca, delfino di Vasco Errani.

Cucitura in extremis tra vecchia corrente bersaniana e il nuovo che avanza proprio nella città in cui si fa sempre più probabile un ballottaggio con la nemesi del Movimento 5 Stelle, e che solo due giorni fa ha accolto un affollatissimo comizio di Beppe Grillo in piazza Matteotti.

Lì, tra gli uffici comunali imolesi, si è consumato lo storico pasticciaccio della scolorina sui documenti della coop Terremerse di Giovanni Errani, fratello di Vasco, vicenda che ha portato davanti a un giudice proprio il potente governatore della Regione, temporaneamente in standby dopo la richiesta di ricorso in Appello della Procura di Bologna.

Imola è anche uno dei luoghi simbolo del mondo cooperativo rosso e di una certa idea di autonomia territoriale e finanziaria dalla vicina Bologna, indipendenza alla fine mai realizzata. Anche se i malumori più grandi sono nati proprio da una “esternalizzazione” – made in Bologna – dei servizi comunali cimiteriali e di manutenzione strade, la Beni Comuni. Operazione che ha portato al distacco di un pezzo di Sel dalla maggioranza e ad una candidatura alternativa a Manca.

In soldoni sono quei 4-5 punti percentuale che servirebbero per chiudere la partita al primo turno ed evitare la roulette russa del ballottaggio con i 5 Stelle, carichi dell’effetto Parma, pronti a raccogliere sia le simpatie degli indipendenti a sinistra di Giorgio Laghi, sia i diversi dissensi del centrodestra divisi in ben 5 liste concorrenti.

L’allargamento di Manca al centro moderato, con il taglio dell’ala sinistra e lo scontro frontale con i grillini, è la strategia del traghettatore Epifani ribadita sul piano locale che mostra però fiato cortissimo proprio in quei piccoli centri dove il Pci-Pds-Ds, e pure il Pd, raccoglieva maggioranze bulgare. (l’articolo sulle amministrative a Imola di Davide Turrini)

Castelnovo di Sotto, Salsomaggiore e Serramazzoni. Caso emblematico è quello del Pd a Castelnovo di Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove il giovanissimo sindaco democratico, Simone Montermini, ha optato per il salto in Parlamento con la lista Monti – senza riuscirci – ed è stato espulso. Ora il partitone si ritrova ad appoggiare il tipico, seppur altrettanto giovane, rappresentante del mondo cooperativo, Maurizio Bottazzi.

Per non dire di Salsomaggiore, in provincia di Parma, feudo leghista commissariato per l’incapacità del centrodestra di rimanere unito, che rischia di finire in mano ai 5 Stelle, primo partito alle politiche di febbraio 2013, perchè il Pd ripresenta la faida renziani contro bersaniani. Filippo Fritelli, della corrente Renzi, ha vinto le primarie ed è supportato da Rifondazione Comunista, ma la discesa in campo con una lista civica dell’ex assessore Andrea Fellini (Sel e Pdci) ha ridato nuovo vigore alla vecchia corrente Bersani che potrebbe comunque confluire qui. (l’articolo sulle elezioni amministrative a Salsomaggiore di Silvia Bia)

Anche a Serramazzoni, in provincia di Modena, nel comune che ha visto gli ultimi due sindaci (uno del Pd) inquisiti, il Pd prova a voltar pagina ma non c’è compattezza attorno al candidato ufficiale Valter Giovannini che si vedrà erodere voti nell’area del centrosinistra dall’indipendente, ex Pd, Rubbiani. (l’articolo sulle elezioni amministrative a Serramazzoni di David Marceddu)

I 5 Stelle primo avversario del Pd. E se i malumori in casa Pd si fanno sentire, dalle parti del Movimento 5 Stelle, proprio nella Regione dove tutto iniziò con il fedifrago Giovanni Favia alla conquista di Bologna, si attende solo di stappare lo spumantino a chilometro zero. A Imola Claudio Frati porta in dote un 26% delle politiche di febbraio che lo lancerebbe diretto al ballottaggio. A Serramazzoni e Salsomaggiore i grillini hanno sfiorato il 30% e nella città termale parmense sono già primo partito. E anche se le dinamiche del voto locale spesso deviano dai risultati nazionali è chiaro che il Movimento 5 Stelle non si è mai trovato così vicino a fare cappotto al Pd come questa volta.

Curioso, infine, che nel comune di Camugnano, paesino dell’Appennino bolognese con 2000 abitanti, residenza dell’unico consigliere regionale 5 Stelle, Andrea Defranceschi, la lista di Grillo non sia presente. “Avevamo programmi e idee di cambiamento per Camugnano, ma non siamo riusciti a trovare un cittadino che si prestasse alla candidatura”, spiega il consigliere. Così la poltrona di sindaco se la contenderanno due liste di centrodestra e la vera star della contesa, il Pd Libero Mancuso, ex magistrato, ed ex consigliere comunale di Bologna che a Camugnano abita, sostenuto da Pd e soprattutto Sel. Con buona pace dei renziani.

Imola, nel feudo Pd rischio ballottaggio con il Movimento 5 Stelle


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 11:00 am CEST

Con settantamila abitanti non è di certo un paese (per vecchi). La piccola, grande, Imola, va al voto domenica 26 e lunedì 27 maggio per eleggere il sindaco con l’incognita mai provata, nella sua storia amministrativa di sindaci targati Pci-Pds-Ds-Pd, di un possibile ballottaggio.

Daniele Manca, 44 anni, una vita dentro al partitone, prima sindaco di Dozza Imolese, poi consigliere regionale e infine dal 2008 a guida di una giunta di centrosinistra nella città in cui si è consumata una tappa fondamentale del caso Terremerse, rischia davvero di fermarsi sotto il 50%. E più che una riedizione della vittoria di Giorgio Guazzaloca a Bologna, sembra di essere di fronte a quella di Federico Pizzarotti a Parma.

Perché a sfidare apertamente il delfino di Vasco Errani è Claudio Frati, candidato del Movimento 5 Stelle, ironia della sorte un classe ’66 quindi più “anziano” di Manca, proprio nella città in cui i grillini lo scorso febbraio hanno superato la media nazionale con un 26,1% e qui ad Imola sono quotati a qualche punto percentuale in più.

“Potrebbe anche accadere, il sistema elettorale lo prevede”, spiega Daniele Manca, che ha messo insieme al Pd un’area vasta che va da Rifondazione ai montiani, passando per Verdi e Socialisti – sei le liste collegate -, “ma la differenza sta nel fatto che noi, dopo 5 anni di crisi del sistema economico in Italia con ripercussioni pesantissime sulle amministrazioni locali, presentiamo un progetto comune per il futuro della città partendo dalla creazione di posti di lavoro, mentre i nostri avversari portano avanti una sommatoria di rancori e di no”.

Il centrodestra presenta 5 candidati e Sel si spacca. Ad Imola gli antiManca si dividono in ben sette liste con il record nel centrodestra dove oltre a quella del Pdl che candida Simone Carapia, si sommano Daniele Marchetti della Lega Nord, Giuseppe Palazzolo con una Lista Civica, Riccardo Mondini con i Civici di centrodestra e Andrea Zucchini, un giovane Udc che si è fatto una lista propria e che punta tutto sul tema della “sicurezza”.

I concorrenti più vicini all’attuale sindaco sono quelli del candidato a lista “doppia” dei transfughi di Sel (“una coop per gestire una pasticceria”, li definisce Manca). Imola Migliore e Liberi a Sinistra candidano Giorgio Laghi, 54 anni, colui che si è battuto in prima persona contro la creazione della società Beni Comuni, scelta che ha lacerato il partito di Vendola, subito tornato all’ordine sotto l’ala Pd. “Il centrosinistra non c’è più”, spiega Francesco Chiaiese, capolista di Liberi a Sinistra, “per noi Pd significa Partito Democristiano e l’idea è quella che nella città di Andrea Costa si torni a risolvere i problemi della gente con un partito di sinistra. Non accettiamo più l’arroganza di Manca, la privatizzazione di interi settori pubblici già avvenuta con Beni Comuni per la manutenzione stradale e cimiteriale, pratica che presto avverrà per scuole e asili”.

“Noi siamo un modello, non abbiamo liste d’attesa nelle scuole”, ribatte Manca, “a Imola non ci sarebbe bisogno di nessun referendum come a Bologna: qui i genitori possono scegliere se far mandare i bimbi nelle scuole statali, comunali o paritarie”.

Anche se il disagio che ha portato ad una scissione a sinistra, pressoché inedita nella Romagna laica e repubblicana, batte su temi che sono oramai cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle: “Manca e il Pd parlano di rinnovamento e mettono a guida di Beni Comuni un pluripensionato con diversi incarichi come Loris Lorenzi, cosa fanno ci prendono in giro?”

Tra gli ex vendoliani c’è chi giura che ci sono chance di arrivare al ballottaggio, e se così non fosse la vicinanza con Grillo è tanta: “I programmi sono simili, potremmo dialogare in Consiglio Comunale su molte cose”.

I 5 Stelle rischiano il colpaccio.  “Voci di corridoio, false e tendenziose dicono che è stato suggerito ai dipendenti comunali di rimandare le ferie di giugno”, a parlare sornione di un possibile secondo turno è Claudio Frati, sfidante a 5 Stelle di Manca, “a Imola non c’è un vero e proprio problema da risolvere, ma un atteggiamento dirigista che cancella la partecipazione dei cittadini in ogni ambito”.

Tre i punti su cui si concentra il candidato del Movimento: “Tagliare di netto l’oligarchia, la partita di giro che da sempre governa la nostra città a partire dalla dotazione dirigenziale del Comune nelle partecipate. Poi c’è la questione della riconversione dell’Autodromo di Imola dove non vogliamo girino soltanto motori a combustione ma che si crei lavoro attorno alla mobilità elettrica e sostenibile. Infine attendiamo una nostra Asl”.

Frati ha rivisto Beppe Grillo per la seconda volta mercoledì scorso, dopo lo Tsunami Tour ma giuro che non si conoscono e che non si sono mai sentiti, come non è stato alla scuola da sindaco di Pizzarotti (“quel giorno avevo un altro impegno”): “Si è trovato una bella gatta da pelare, parlo del carico di debito pesante del Comune di Parma e dell’inceneritore. Ma anche noi a Imola abbiamo una bella discarica che ospita tonnellate di rifiuti che arrivano da tutta la Romagna con la previsione da parte di Hera di raddoppiarli. Anche qui per noi ci vuole un cambiamento radicale che ci porta in 5 – 6 anni al riciclo e alla differenziata. Insomma, dovremmo seguire la linea anti-Hera di Balzani (sindaco di Forlì, n.d.r.)”.

Manca: “Noi mai col Pdl”. E se lo scenario locale pare ricalcare quello nazionale con l’allargamento del Pd al centro e a destra, Daniele Manca vuole subito smarcarsi: “Abbiamo un progetto politico alternativo al Pdl e ai 5 Stelle, e siamo avversari del neoliberismo berlusconiano interpretato qui a Imola dal candidato Carapia. Non ci alleeremo con loro, perché abbiamo già una maggioranza di forze ampie che hanno inglobato anche quel ceto moderato con cui il Pd nazionale non sa più parlare. Siamo un laboratorio per il futuro del centrosinistra”.

Preferenza di genere. In mezzo a tante liste e ad una battaglia senza esclusione di colpi rischia di non essere ricordata la vera novità di queste amministrative imolesi: la preferenza di genere. Per la prima volta gli elettori potranno indicare due candidati alla carica di consigliere, ma soltanto di sesso diverso.

Salsomaggiore, la roccaforte Lega Nord che 5 Stelle e Pd vogliono riconquistare


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 10:59 am CEST

Chi salverà Salsomaggiore Terme dal declino? Per la storica roccaforte del centrosinistra le elezioni del 26 e 27 maggio rappresentano un punto di svolta. Da destra a sinistra, fino ai Cinque stelle che tentano il bis dopo la vittoria di Parma e alle liste civiche, i candidati alla fascia tricolore del Comune parmense promettono un cambiamento che da anni tarda ad arrivare. Le Terme e il turismo sono il punto centrale dei programmi dei sette candidati rimasti dopo l’esclusione di Mario Spezia, ex vicepresidente della Provincia di Piacenza eliminato dalla corsa per irregolarità nell’autenticazione delle firme. E soprattutto, la promessa di tagliare con il passato di crisi economica, ma anche politica.

Il Comune che da settembre è commissariato, negli ultimi trent’anni di governo di centrosinistra con due brevi esperienze di centrodestra (finite in entrambi i casi con un commissariamento), si è trasformato da città del turismo a città dormitorio. Investimenti sbagliati (o non investimenti) nel settore termale, ora in profonda crisi, e una politica di poltrone più che di progetti hanno paralizzato il territorio, lasciando un Comune con oltre 30 milioni di debito e un sistema ricettivo che fa fatica a rilanciarsi. Nella ridente cittadina liberty di 20mila abitanti l’epoca d’oro con le sfilate di Miss Italia e dei divi del cinema sembra passato remoto e di quel periodo rimangono i grandi alberghi chiusi lasciati al degrado, le serrande abbassate di un paese che sembra essersi fermato.

L’ultimo fallimento fatale è stato nel 2011 con la breve esperienza amministrativa del sindaco della Lega Nord Giovanni Carancini, sostenuto da una coalizione formata da Pdl, Udc e una lista civica, e sfiduciato dalla sua stessa maggioranza dopo un anno e mezzo. Ora però, in vista delle elezioni, le forze che hanno fatto cadere la giunta Carancini hanno seppellito l’ascia di guerra e si sono riunite intorno alla figura di Marco Caselgrandi, civico che è riuscito a rimettere insieme in un’unica lista Pdl, Lega Nord, UdcLa Destra. Un “cartello” prima ancora che un’alleanza, visto che fino a poche settimane prima della presentazione delle liste si parlava di corse solitarie. “Ho imposto che tutti facessero un passo indietro, che si superassero i personalismi e i particolarismi dei partiti” spiega il candidato, che propone una visione imprenditoriale e di buon senso per riconquistare la fiducia dei cittadini.

Alle politiche di febbraio il centrodestra si è attestato a quota 30 per cento, quasi a pari merito con il centrosinistra e con il Movimento 5 stelle, confermando il tripolarismo che c’è a livello nazionale, anche se la vera novità è che con il 28 per cento delle preferenze alla Camera i Cinque stelle si sono affermati come il primo partito a Salso. La partita dunque è aperta, anche se fare pronostici, contando anche la forza delle liste civiche, non è facile.

Se il centrodestra è riuscito a ricompattarsi, lo stesso non si può dire del centrosinistra e del Pd, che rischia invece la dispersione dei voti. Il candidato ufficiale è Filippo Fritelli, renziano uscito vincitore dalle primarie, appoggiato dall’apparato e da Rifondazione comunista. Fritelli, da rottamatore, ha costruito un programma che strizza l’occhio al M5S su trasparenza e partecipazione, tagli alla burocrazia e sobrietà nei costi, incarichi affidati per competenze e non per tornaconti politici, e guarda con criticità alle precedenti gestioni di centrosinistra: “Il centrosinistra – dice – negli ultimi anni ha perso consenso a causa di mancanza di adeguate soluzioni per la città, soprattutto dal punto di vista economico. Dobbiamo riconquistare gli elettori, non c’è più un voto di bandiera, ma di opinione”.

Il colpo di scena però non è mancato, perché poche settimane fa a scendere in campo è stato un altro volto del centrosinistra, Andrea Fellini, assessore provinciale (ruolo che lascerà nel caso di elezione) che si candida con una lista civica sostenuta da Sel e Pdci e che potrebbe raccogliere i voti dei bersaniani rimasti fuori gioco con Fritelli. Ex assessore di Salso nella giunta Pd di Stefano Tedeschi, Fellini già nel 2011 aveva corso per la fascia di sindaco con una lista politica Pdci e Idv, e la scelta di chiudere con i simboli dei partiti questa volta non è casuale. “Nessuno è obbligato a fare le primarie – spiega – sono candidato con una lista civica e credo di potere fare molto per il territorio”. Rompere con l’autoreferenzialità e le posizioni di rendita, insomma con la vecchia politica salsese e “salsocentrica” è quanto assicura.

Una “rivoluzione” promessa anche dai Cinque stelle, che in Comune a Salsomaggiore erano già all’opposizione e che, come da copione, hanno rifiutato alleanze e perfino incontri con le altre forze politiche. I partiti tradizionali temono l’effetto Parma, e il candidato Francesco Sozzi, che ha conosciuto Federico Pizzarotti alla scuola dei sindaci, ci spera: “Abbiamo fatto una certa gavetta, è ora di chiudere con la vecchia politica che ha affossato Salso”. Bilancio partecipato, pubblicazione e discussione di tutte le delibere, incontri con i cittadini e trasparenza assoluta la ricetta già rodata e apprezzata, stando ai risultati finora ottenuti.

Per un cambio di rotta rispetto al sistema dei partiti che “hanno ingessato la città e distribuito poltrone senza badare alle competenze” si pone anche Matteo Orlandi, candidato per la seconda volta con la lista civica Cambiare Salsomaggiore e con un passato nella giunta Tedeschi, che ora punta a scandagliare i conti del Comune per “risvegliare la città e trasformarla davvero in un centro turistico”.

Dall’alleanza con il centrodestra è rimasta fuori Gaetana Russo, che dopo la richiesta senza riscontro di primarie per il centrodestra, ha deciso di correre da sola con la lista civica Scelta Unica appoggiata da Fratelli d’Italia. Unica donna in campo, Russo critica la “mancanza di controllo della cosa pubblica delle gestioni precedenti” e promette “professionisti al posto dei politici” per ridare respiro all’economia della città termale.

Sempre dai cittadini nasce Scelta civica di Gianluigi Zanardi, che riunisce salsesi estranei alla politica che si sono convinti a scendere in campo “per salvare la propria città e cambiare il modo di amministrare la cosa pubblica”.

Se i programmi promettono di far rivivere Salsomaggiore, la vera differenza la farà la scelta dei cittadini, che probabilmente, visto il numero dei candidati, si ritroveranno a dover votare al ballottaggio tra i due candidati vincitori al primo turno.

Serramazzoni, il Pd ci riprova tra scandali, sindaci indagati e l’incognita Grillo


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 10:59 am CEST

Serramazzoni ci riprova. Domenica 26 e lunedì 27 maggio tornerà infatti alle urne il paesino dell’Appennino modenese salito agli onori delle cronache per essere stato il primo in Emilia finito alle cronache per l’ombra delle infiltrazioni mafiose, e per aver avuto un sindaco indagato dopo quattro giorni dall’elezione. Al via si presenteranno sei liste: il candidato sindaco che prenderà più voti, dovesse anche raggiungere solo il 20 %, sarà sindaco. Difficile trovare un favorito e considerato che il Movimento 5 stelle alle politiche è risultato il primo partito con quasi il 30 %, lo spoglio potrebbe riservare sorprese.

Dopo la fine naturale del mandato del sindaco Pd Luigi Ralenti, nel frattempo finito nei guai giudiziari per i suoi contatti con un soggiornante obbligato, il calabrese Rocco Baglio, nel maggio 2012 era stata eletta Sabina Fornari, ex assessore all’urbanistica e fedelissima del predecessore. Nonostante il Partito Democratico l’avesse scaricata all’ultimo, appoggiando un’altra lista civica guidata da Roberto Rubbiani, Fornari riuscì comunque a vincere per appena 17 preferenze. Pochi giorni dopo però la neoeletta subì una perquisizione nell’ambito di una indagine in cui era implicato anche il suo predecessore Ralenti e diversi impiegati comunali. Anche lei finì tra gli inquisiti. A luglio, dopo l’arresto in flagrante del geometra comunale per tangenti, Fornari finalmente si dimise e iniziò un lungo anno di commissariamento.

Le liste. Alle elezioni di domenica e lunedì si ricandida Rubbiani, stavolta con una lista civica e senza l’appoggio del Pd, per tentare la vittoria sfiorata nel 2012. ”Non si sono realizzate le condizioni per un accordo. Bisogna cedere da una parte e un po’ dall’altra. Comunque abbiamo tenuto quasi la stessa squadra dello scorso anno”. Il vincitore delle primarie del centrosinistra, Valter Giovannini, correrà con la lista Serramazzoni Bene comune sostenuta principalmente dal Pd e da Sel. ”Abbiamo rinnovato totalmente la lista e soprattutto il partito. Tanto che molti che prima erano iscritti hanno capito e cambiato aria’’, spiega il giovane neosegretario del Partito democratico Stefano Tripi. Fausto Leonelli, da 10 anni all’opposizione è candidato della lista Serra Viva. ‘‘È da dieci anni che diciamo di puntare sull’ambiente e non su una politica smodata del mattone: oggi dopo quello che è successo tutti lo dicono’’.

Il candidato Claudio Bartolacelli, ex sindaco predecessore di Ralenti (che in quella giunta tanti anni fa fu assessore) è a capo della lista che porta il suo nome. Michele Andreano (lista civica Cambia Serra) è l’altro candidato di centrodestra.

In questo marasma di liste la sorpresa potrebbe arrivare dal Movimento 5 stelle. Se la candidata Francesca Marzani infatti dovesse replicare il risultato delle elezioni politiche delle liste di Grillo (29 %, primo partito in paese) una vittoria a 5 stelle potrebbe essere molto probabile e agevole.

Lo stato delle indagini. È lunga la serie di presunti abusi edilizi e irregolarità amministrative per i quali si indaga a Serramazzoni, a cominciare dal caso dell’asilo di Ricco, fino alla vicenda dell’inceneritore di San Dalmazio passando dalle inchieste del Corpo forestale dello Stato sui progetti a Casa Giacomone e Casa Fenocchi.

Il filone principale delle indagini del pm Claudia Natalini, che nel giugno 2011 ha scoperto il primo caso in Emilia Romagna di rapporti tra un sindaco e un ex soggiornante obbligato, è in attesa di fissazione dell’udienza preliminare. La Procura di Modena ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex sindaco Ralenti, Pd di area cattolica con un passato da immobiliarista, e del boss di Gioia Tauro Baglio con le accuse di corruzione e turbativa d’asta in relazione al project financing da un milione e 100 mila euro per il restyling dello stadio. Secondo l’accusa, il subappalto dei lavori edili che l’associazione temporanea di imprese, con capofila il Serramazzoni Calcio, ha affidato ad una società riconducibile a Baglio sarebbe il corrispettivo per la ristrutturazione di un immobile di Ralenti a prezzi stracciati. Entrambi gli imputati negano gli addebiti anche se hanno ammesso i ripetuti incontri anche in Municipio, fotografati dalla Guardia di Finanza.

Lo stesso pregiudicato calabrese, che non ha mai riportato condanne per mafia, è attualmente ai domiciliari assieme ai conterranei Salvatore Guarda e Marcello Limongelli per altri episodi di estorsione e minacce a imprenditori locali. Per quanto riguarda la presunta lottizzazione abusiva nell’area di Casa Giacomone, il gip ha accolto la richiesta del pm Marco Imperato rinviando a giudizio due tecnici del Comune e altrettanti rappresentanti della Cooprocon di Pavullo, società nota alle cronache per aver intentato una causa civile con richiesta di risarcimento di un milione di euro ai partecipanti alla puntata di Report dedicata al ‘Sacco di Serra’. Proseguono invece gli accertamenti del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza di Modena su concessioni edilizie irregolari nell’ambito dell’indagine aperta l’anno scorso con una serie di perquisizioni anche presso l’abitazione del sindaco neoletto Sabina Fornari, poi costretta alle dimissioni.

(ha collaborato Stefano Santachiara)

Iva, sorpresa: l’aumento colpirebbe di più i ricchi


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 10:59 am CEST

Per non deprimere ulteriormente i consumi sarebbe giusto evitare l’aumento dell’Iva. Ma non a tutti i costi, suggerisce un’analisi dei dati Istat. Se invece di ridurre la spesa pubblica, si aumentassero ancora le accise, la cancellazione dell’aumento Iva avrebbe indesiderabili effetti regressivi.

 di Francesco Daveri* (lavoce.info)

Le previsioni del governo sul deficit 2013 incorporano tra le entrate dello Stato due miliardi attesi dall’aumento di un punto dell’Iva dal 21 al 22 per cento a partire dal primo luglio 2013. Non c’è dubbio che ci sarebbe la necessità di scongiurare questo ennesimo colpo ai consumi, magari senza pregiudicare gli obiettivi di deficit, sostituendo l’aumento dell’Iva con tagli di spesa corrispondenti. Tutto ciò nella speranza che le riduzioni di spesa non deprimano a loro volta i consumi e che nello stesso tempo si crei spazio per le riduzioni di imposta di cui si parla (Imu sulla prima casa) o meglio ancora quelle di cui si dovrebbe parlare (Irap sul costo del lavoro).

L’Iva al 21 la pagano soprattutto i ricchi

Parlando di Iva, tuttavia, il rapporto dell’Istat sulla situazione del paese 2013 contiene un’utile tabella che fa riflettere sugli effetti di equità del possibile aumento dell’Iva.

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Fonte: Istat, Rapporto annuale sulla situazione economica del paese, maggio 2013

Siamo abituati a pensare che le imposte sul consumo come l’Iva, oltre a deprimere i consumi, siano anche regressive. Un’imposta la cui aliquota è la stessa indipendentemente dal reddito della persona è regressiva perché pesa di più sui meno abbienti. La tabella Istat indica invece che l’aumento dell’Iva di cui si discute potrebbe essere meno regressivo in termini di equità di quanto si pensi. La tabella mostra infatti che le famiglie meno abbienti – il primo quinto nella tabella Istat – destinano la maggior parte della loro spesa (circa il 38 per cento) alle categorie di beni e servizi colpite dall’Iva al 4 o all’10 per cento (la cui aliquota rimarrebbe ferma), mentre i beni “ivati” al 21 per cento rappresentano solo poco più di un quarto del loro paniere di spesa. Vuol dire che, dall’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento, una famiglia che spende – diciamo – 20 mila euro l’anno subirebbe un aggravio di tassazione pari a 52 euro. Ad essere più colpiti dall’aumento dell’Iva, sarebbero invece le famiglie più ricche che – dice la tabella – spendono quasi il 40 per cento del loro paniere in beni e servizi con Iva al 21 per cento. Per una famiglia con una spesa di 40 mila euro l’anno (dunque doppia rispetto alla famiglia meno abbiente), l’aggravio di tassazione sarebbe di 156 euro, dunque di tre volte maggiore rispetto a quello della famiglia meno abbiente.

Evitare l’aumento dell’Iva ma non a tutti i costi

Riassumendo, con i consumi al palo da troppo tempo, è giusto anzi giustissimo cercare di non aumentare ancora l’aliquota dell’Iva. Ma va bene farlo solo se in parallelo si riduce la spesa pubblica. Se invece, per evitare l’aumento dell’Iva, si arrivasse a ritoccare ancora le accise sui carburanti o la tassazione sugli affitti, allora sarebbe opportuno tenere a mente un altro dato sempre ricavabile dalla stessa tabella dell’Istat: affitti e spese per il carburante valgono un quarto del paniere per le famiglie che appartengono al quinto più povero e solo un quinto per le famiglie più ricche. In un momento di crisi di tutto si sente il bisogno tranne che di operazioni Robin Hood al contrario che tolgono ai poveri per dare ai ricchi.

*Francesco Daveri insegna Scenari Economici presso l’Università di Parma. E’ anche docente nel programma MBA della SDA Bocconi. Ha svolto attività di consulenza per la Banca Mondiale, la Commissione Europea e il Ministero dell’Economia. La sua attività di ricerca riguarda la relazione tra le riforme dei mercati, l’adozione delle nuove tecnologie e l’andamento della produttività aziendale e settoriale in Italia, Europa e Stati Uniti. Il suo libro più noto è Centomila punture di spillo (scritto con Carlo De Benedetti e Federico Rampini, Mondadori 2008). Scrive sul Corriere della Sera. Segui @fdaveri su Twitter oppure su Facebook

Sondaggi Swg, Governo Letta: “Fiducia in calo”. Pdl primo partito, M5s e Pd pari


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 10:49 am CEST

Il governo Letta raccoglie sempre meno fiducia negli italiani, il Pdl si conferma primo partito ma per la maggioranza di loro Silvio Berlusconi è ineleggibile. E’ il risultato, in sintesi, di un sondaggio dell’Istituto Swg per Agorà (Rai Tre). Il Popolo delle Libertà, secondo l’istituto diretto da Roberto Weber, guadagna quasi mezzo punto (+0,4%) e si conferma il primo partito nelle intenzioni di voto con il 27,8 per cento dei consensi. Cresce anche il Movimento 5 Stelle (+0,8%), che raggiunge al 22,6% il Pd, in sensibile calo rispetto alla settimana scorsa (-1,4%). In grande calo Scelta Civica (scende sotto il 5%), raggiunto dalla Lega. Queste le intenzioni di voto (tra parentesi lo scostamento percentuale rispetto al sondaggio del 17 maggio): Pdl 27,8% (+0,4), Pd 22,6% (-1,4), M5S 22,6% (+0,8), Scelta Civica 4,9% (-0,9), Lega Nord 4,9% (+0,5), Sel 4,8% (+0,1), Udc 2,0% (+0,2), Fratelli d’Italia 1,5% (-0,3).

Cala ancora di 3 punti rispetto alla settimana scorsa la fiducia degli italiani nel governo Letta, che scende al 31 percento. In meno di un mese il gradimento dell’esecutivo è sceso di 12 punti. Per quanto riguarda le personalità politiche è sempre Giorgio Napolitano, nonostante i 2 punti in meno di sette giorni fa, la figura in cui gli italiani hanno più fiducia (55%). A seguire Matteo Renzi (54%), in calo di un punto rispetto alla settimana scorsa. In discesa anche il premier Enrico Letta (-2%), che scivola al 44 percento. Va meglio in casa Pdl, dove il segretario Angelino Alfano guadagna 2 punti e sale al 26 percento, mentre il presidente Silvio Berlusconi con un punto in più si attesta al 25 percento. In salita anche Beppe Grillo (+2%), che raggiunge il leader del Pdl (25%). Perdono invece 3 punti il governatore della Puglia Nichi Vendola e il senatore a vita Mario Monti, rispettivamente al 22 e 18 percento. Cala di 5 punti, infine, la fiducia nel segretario del Pd Guglielmo Epifani, anche lui al 18 percento.

Per oltre la metà degli italiani (59%), infine, Silvio Berlusconi è ineleggibile. Ad esserne convinto è quasi la totalità dell’elettorato del Movimento 5 Stelle (92%) e un’ampia fascia di centrosinistra (87%). Opposto il punto di vista degli elettori di centrodestra (10% pensa sia ineleggibile). L’istituto ha anche chiesto a chi vada attribuito il merito dello stop dell’Imu: per il 47 percento degli italiani la sospensione dell’imposta è merito di Berlusconi, mentre solo il 19 percento ritiene che l’iniziativa sia da attribuire a Letta. Il 75 percento, però, tra lo stop alla tassa sulla prima casa e scongiurare l’aumento dell’Iva a luglio preferirebbe la seconda opzione.

 

Milano: dopo il registro, arriva il vademecum per le coppie di fatto


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 10:46 am CEST

La convivenza dalla A di acquisti alla V di violenza, passando per  la C di casa, alla E di eredità, alla F di figli, alla P di pensione e a tutte quelle voci che possono riguardare la vita di una coppia non sposata.

È il vademecum dei diritti dei conviventi che il Comune di Milano distribuirà a tutte le coppie iscritte al Registro delle unioni civili ed è stato redatto dallo studio legale di Laura Logli, giovane avvocata specializzata in Diritto di famiglia.

Istituito nell’agosto del 2012, il Registro conta oggi a Milano 650 coppie (1.300 persone) che hanno deciso di dichiarare il proprio status attraverso questo atto. Un quarto delle coppie sono omosessuali, l’età degli iscritti va dai 25 ai 55 anni e la nazionalità è in maggioranza italiana, anche se ci sono diverse coppie miste. Molte le coppie con figli, spesso con alle spalle matrimoni finiti in un divorzio o in una separazione.

A che cosa serve questo vademecum, che l’avvocata Logli ha redatto e offerto gratuitamente al Comune? A far conoscere alle coppie di fatto diritti e doveri che derivano dall’essere persone semplicemente legate da relazioni affettive. E a evitare disagi e abusi, soprattutto nelle coppie omosessuali, a tutt’oggi fortemente discriminate come rileva la Corte Europea dei diritti dell’uomo che da tempo esercita pressione sullo Stato italiano affinché anche nel nostro Paese siano riconosciuti i diritti delle coppie formate da persone dello stesso sesso.

Il vademecum dispensa consigli anche su atti che possono tutelare le coppie laddove la semplice iscrizione al Registro delle unioni civili non arriva. Per non trovarsi in difficoltà in caso di malattia e ricoveri in ospedale, il manuale consiglia per esempio di registrare preventivamente un semplice atto dal notaio con cui ognuno dei componenti della coppia autorizza il partner ad assisterlo e ad avere accesso alle informazioni sulle sue condizioni sanitarie.

Molti e diversificati i consigli sulla casa, che sia in affitto o di proprietà. Se per esempio l’abitazione è di proprietà di uno solo dei due conviventi, è possibile che il proprietario stipuli un contratto di locazione con il convivente al fine di tutelarlo in caso di morte. In tal caso, alla dipartita del proprietario, i suoi legittimi eredi saranno obbligati a rispettare la naturale scadenza del contratto d’affitto e il partner non si troverà, come spesso accade, buttato fuori da un giorno all’altro.

Molto importante la voce sui figli. La casistica è ampia e va dai figli naturali a quelli generati con il ricorso alla fecondazione eterologa ai figli di una precedente unione: per tutti, il manuale spiega modalità di riconoscimento, affidamento mantenimento.

Il vademecum prevede anche la possibilità di “divorzio” per una coppia di fatto. Se  per mettere la parola fine basta un semplice comunicazione al Comune e all’Ufficio Registro delle Unioni civili, gli strascichi di una convivenza fallita possono essere complessi, ma anche per questi il manuale offre risposte e consigli. 

Milano, una storia di ordinaria indigenza


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 10:27 am CEST

Sabato mattina, come molte altre volte, l’ho trascorso in un Centro di Ascolto nella periferia nord di Milano, chiamato dai responsabili per risolvere una situazione familiare molto difficile.

Bacho e sua moglie Lachmani sono giovani, hanno meno di 30 anni e vengono dallo Sri Lanka. Sono in Italia da alcuni anni e fino a qualche mese fa Bacho lavorava come uomo di fatica con uno stipendio di 850 euro al mese. Una cifra molto bassa ma con la quale sono sempre riusciti a vivere insieme ai loro due bambini di 18 mesi e 4 anni.

Qualche mese fa Bacho ha saputo che suo padre in Sri Lanka era in fin di vita. Ha quindi chiesto al suo datore di lavoro non un permesso retribuito ma solo di poter usufruire di una settimana di ferie già maturate. Di fronte al suo rifiuto insensato, Bacho è partito lo stesso arrivando appena in tempo per seppellire suo padre, morto nel frattempo.

Al rientro in Italia ha trovato una lettera di licenziamento per giusta causa e non è stato in grado di difendersi non sapendo che al  quel permesso per assistere suo padre, lui aveva diritto per legge. Perso il lavoro, non è stato più in grado di pagare l’affitto e pochi giorni fa il giudice ha decretato lo sfratto esecutivo. Da quando ha perso il lavoro la sua famiglia vive, o forse dovrei dire sopravvive con 150 euro al mese e due pacchi viveri della Caritas.

Quando sono andato a trovarli ho visto qualcosa che mi riesce difficile definire “casa”: 20 metri quadri ricoperti di muffa con un unico letto dove dormono in 4 e trovo scandaloso che gli venga fatto pagare un affitto di 600 euro al mese.

Ho detto a Bacho che farò intervenire gli avvocati della mia Fondazione per contestare la procedura di licenziamento e credo ci siano buone possibilità per il suo reintegro. Nel frattempo, mi attiverò affinché, all’esecuzione dello sfratto, possano avere accesso ad un alloggio popolare per il quale mi farò carico della locazione. Gli ho infine garantito un sostegno al reddito per un periodo di 12 mesi o sino a quando non ricomincerà a lavorare.

Conosco bene la gente di Sri Lanka: sono persone molto discrete e riservate. Di fronte al mio intervento non hanno avuto le reazioni che ormai conosco bene ma si sono schermiti perché non volevano accettare ciò che gli era offerto come supporto, continuando a ripetermi che “..è troppo..”. Dopo quasi un’ora, sono riuscito a convincerli ad accettare e sono riuscito finalmente a strappargli un sorriso.

Molte persone nella mia stessa condizione di agiatezza mi chiedono perché spendo tanto del mio tempo e delle mie risorse per risolvere situazioni come quella di Bacho. Vorrei rispondere loro che la domanda giusta non è perché io lo faccio, ma perché tutti quelli come me non lo fanno. L’anomalia non sono io ma è chi volta le spalle a chi è stato sconfitto dalla vita.

Novara, quattordicenne suicida “vittima di bulli”: indagati otto minori


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 10:19 am CEST

“Che gesto orribile hai dovuto fare per colpa della cattiva gente“, “Dovevi fregartene, pensare a te e non a quello che dicono gli altri”. Così il gennaio scorso gli amici salutavano Carolina, la ragazza di quattordici anni morta dopo essersi gettata dal balcone di casa. 

Ora otto minorenni, tra i 15 e i 17 anni,  risultano indagati nell’ambito dell’inchiesta sul suicidio della giovane. Sono accusati, a vario titolo, di istigazione al suicidio e detenzione di materiale pedopornografico.

Chi era più vicino all’adolescente aveva espresso la propria rabbia dai social network: secondo loro la ragazza era vittima di non meglio precisati “bulli“. Formalmente, la decisione di indagare i minori sarebbe stata presa per effettuare una serie di attività investigative non ripetibili. E’ stato infatti affidato al Politecnico di Torino l’esame dell’iPhone della ragazza, per analizzarne il contenuto.

L”inchiesta della Procura dei Minori di Torino è condotta dal pm Valentina Sellaroli.

Poche ore prima di togliersi la vita, la giovane aveva partecipato a una festa e poi era tornata a casa, a Sant’Agabio, vicino Novara, accompagnata dal padre. Nessuno tra gli amici, ascoltati dagli investigatori, notò qualcosa di strano. Qualche ora dopo, però, il volo dal balcone al terzo piano.

Don Gallo, senza di lui siamo tutti più poveri


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 10:11 am CEST

Sento la necessità di unirmi al coro di tutti quelli che – e mi sembrano sinceri – piangono la morte di Don Gallo.

Ebbi la fortuna di conoscerlo ad un tavolaccio di osteria una sera di tanti anni fa, dopo il G8. Si raccoglievano fondi per la sua comunità. Non era ancora un personaggio così pubblico ed io stesso non lo conoscevo. Rimasi colpito dalla sua semplicità, spontaneità, ironia, così lontani da quell’immagine di prete seriosa che noi tutti abbiamo scolpita in testa. Parentesi: ma perché sono sempre così seri se non tristi se sono convinti che ci sia il paradiso?

Da allora, seppure non costantemente, ne seguii il percorso; fece anche una dedica a mio figlio su di un libro scritto da un giovane della sua comunità, ed appoggiò la nostra battaglia per il referendum sulla caccia.

Lo ammiravo e, da distante, gli volevo anche bene. pensavo che tutti i preti avrebbero dovuto essere come lui, dalla parte dei reietti, degli oppressi, degli ultimi, che non saranno mai i primi.

Molti mi attaccano da queste pagine quando parlo di decrescita. Il Don (familiarmente detto) in qualche modo la praticava e la predicava, pur senza nominarla. Ne era un esempio pur forse non cosciente.

Ci sono uomini che quando muoiono privano l’umanità di qualcosa. Si dice allora “ci sentiamo tutti più poveri”. Non so voi, per me è così con la dipartita di Don Gallo. Io non sono credente ma mi piace pensare che il Don non sia morto per sempre. In fondo sarebbe bello che ci fosse un aldilà selettivo. Alcuni che se lo meritano sopravvivono per sempre. Altri scompaiono per sempre.

Ezio Greggio, un tapiro per il conduttore: lo stipendio pagato all’estero


Il Fatto Quotidiano 24 May 2013, 9:49 am CEST

Di ramanzine a personaggi più o meno noti, Ezio Greggio ne ha fatte un bel po’. Maghi truffaldini, terapeuti imbroglioni, politici beccati in fuori onda imbarazzanti. Il prossimo Tapiro d’oro, però, potrebbe meritarselo proprio lui, dopo 25 anni passati alla conduzione di Striscia la notizia. Perché il suo caso è tra quelli che stanno suscitando l’interesse dell’Agenzia delle entrate. Per aggiudicarsi le sue battute e le sue frecciate irriverenti, Mediaset ha speso negli ultimi quattro anni più di 23 milioni di euro, parte dei quali sono finiti a una società con base in Irlanda. E da valutare, per l’agenzia, c’è soprattutto la residenza dello showman, che non si trova a Milano o nelle vicinanze di Cologno Monzese, ma in uno dei paradisi fiscali più prossimi a casa nostra, il principato di Monaco.

Vicino sì, ma da Montecarlo agli studi tv della famiglia Berlusconi – ragionano gli ispettori del Fisco – sono sempre più di 300 chilometri ad andare e altrettanti a tornare. Un bel viaggio da fare per ognuna delle oltre 160 puntate all’anno che Greggio conduce a Striscia. Insomma, di tempo nei dintorni di Milano, deve passarne parecchio, soprattutto nei mesi in cui il tg satirico è affidato a lui. Ci sono poi da fare i promo, le riunioni con gli autori e con la produzione, ogni tanto pure qualche prova. Il contratto con Mediaset, poi, oltre a Striscia comprende anche le ospitate a Paperissima, una fiction e trasmissioni serali come Veline, andata in onda l’estate scorsa.

Per ogni partecipazione di Greggio a Striscia, la società Rti del gruppo Mediaset spende intorno ai 24mila euro. La cifra va moltiplicata per tutte le puntate di un anno e poi vanno aggiunte le altre presenze sullo schermo. Così nelle quattro stagioni che vanno dal 2009 al 2013 Greggio è costato a Rti oltre 23 milioni di euro. Di questi, più di 12 milioni sono stati versati direttamente a lui per le trasmissioni e quasi 2,5 per l’esclusiva. Mentre altri 8 milioni sono finiti alla Wolf Pictures Ltd, una società con sede a Dublino, in Irlanda, in cui in passato ha lavorato anche Leonardo Recalcati, una vecchia conoscenza con cui Greggio ha collaborato nel 2011 per produrre ‘Box Office 3D – Il film dei film’, la sua ultima fatica cinematografica da regista.

Alla Wolf Pictures Ltd Greggio ha ceduto tutti i diritti di sfruttamento economico della sua immagine, che poi sono stati venduti a Mediaset. Un triangolo su cui l’Agenzia delle entrate vuole vederci più chiaro. Come sulla residenza a Monaco, grazie a cui Greggio può cavarsela con una ritenuta alla fonte del 30 per cento su quanto ricevuto da Mediaset, invece di versare nel nostro Paese imposte con aliquote che per importi così elevati superano il 40 per cento. La residenza monegasca, tra l’altro, non vale a Greggio solo vantaggi fiscali. È capitato infatti che per partecipare a una puntata di Paperissima, ai 60mila euro di cachet ne siano stati aggiunti 25mila per le spese di viaggio da Monaco, 600 chilometri davvero ben pagati.

Greggio non è il primo vip che attira l’attenzione del Fisco. Tra gli altri, nel 2008 Valentino Rossi ha dovuto firmare un accordo da 35 milioni di euro per chiudere il contenzioso con l’Agenzia delle entrate che gli contestava la residenza londinese. Luciano Pavarotti invece ha sostenuto di essere residente a Montecarlo, finché nel 2000 ha dovuto rimborsare all’Erario 24 miliardi delle vecchie lire. Da Greggio, per ora, nessun commento: il suo cellulare ieri ha suonato a vuoto per tutto il giorno, né gli sms hanno avuto risposta. È all’estero, fanno sapere dalla Greggio Comunicazione di Milano, l’agenzia della sorella Paola. In ogni caso, nulla dovrebbe accadere a Mediaset, che nel contratto si è fatta garantire dall’artista una manleva nel caso di sanzioni fiscali per sue dichiarazioni false. Ma il Gabibbo, di certo, una bella predica non la risparmierebbe. Quella, del resto, è pur sempre l’azienda di chi per anni ha governato il Paese.

Da Il Fatto Quotidiano del 24 maggio 2013

Ilva, i Riva accusati di associazione a delinquere. Sequestri per 8,1 miliardi


Il Fatto Quotidiano 1 Jan 1970, 1:00 am CET

E’ probabilmente il più grande sequesto della Repubblica quello che in queste ore la Guardia di finanza di Taranto sta eseguendo nei confronti della famiglia Riva, proprietaria di Ilva spa, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa responsabile secondo la procura ionica del disastro ambientale tarantino.

Il gip Patrizia Todisco ha firmato un decreto di sequestro per equivalente di beni per 8,1 miliardi di euro. E’ questa infatti la stima formulata dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli del costo totale degli interventi necessari al ripristino funzionale degli impianti dell’area a caldo per un possibile risanamento ambientale. Un costo che tuttavia non comprende le bonifiche di acqua e suoli, stime che secondo la magistratura tarantina potranno essere calcolati solo dopo la valutazione dei danni reali al territorio.  

Su richiesta del pool di inquirenti composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani, il gip ha così autorizzato il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva Fire in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 231/01 che sancisce la responsabilità giuridca delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti. Toccherà ora agli uomini delle fiamme gialle guidate dal colonnello Salvatore Paiano, dal tenente colonnello Giuseppe Dell’Anna e dal maggiore Giuseppe Dinoi individuare i beni della società e di quelle eventualmente nate da operazioni finanziarie rispetto a Riva Fire fino al raggiungimento della quota stabilita dalla magistratura.

Dal sequestro restano fuori la fabbrica di Taranto e i beni riconducibili alla società di Ilva spa. Il gip Todisco ha infatti chiarito che i beni della società potranno essere aggrediti solo nel caso in cui non siano strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva nello stabilimento di Taranto. Una condizione necessaria, evidemente dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito, dichiarando legittima la legge “salva Ilva”, il diritto alla produzione della fabbrica come condizione necessaria per sostenere le spese di risanamento degli impianti.

Nel decreto del gip, oltre ai 14 indagati a vario titolo per associaizone a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e altri capi di imputazione, compaiono anche le società Ilva spa e Riva Fire spa. Ilva è infatti “controllata” dalla seconda al cui vertice figurano negli anni Emilio, Fabio e Nicola Riva. Inoltre la società Riva Fire, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe ottenuto negli anni un notevole vantaggio economico attraverso quella che i magistrati definiscono una consapevole omissione degli interventi per la protezione e salvaguardia dell’incolumità dell’ambiente, degli operai e dei cittadini di Taranto.

Processo Ruby, la ragazza chiamò Spinelli prima del 27 maggio: “B. era incavolato”


Il Fatto Quotidiano 1 Jan 1970, 1:00 am CET

Ruby di nuovo in Tribunale a Milano. Ancora testimone nel processo che vede imputati Emilio Fede, Lele Mora, Nicole Minetti. La giovane marocchina ha cominciato a ricostruire i contatti precedenti e successivi alla sera del 14 febbraio 2010 quando per la prima volta, ancora 17enne, fu ospite di una delle feste di Arcore. Il pubblico ministero Antonio Sangermano ha ricostruito i contatti telefonici con Lele Mora, Grazia Randazzo (la signora siciliana madre di un amico), la sua coinquiliana Caterina Pasquino e tutte le ragazze conosciute alle “cene eleganti”. In particolare con Nicole Minetti secondo l’accusa ci sono stati bene 112 contati tra febbraio a giugno del 2010. “Solo amicizia o inizio di amicizia” replica la marocchina.

I contatti con Giuseppe Spinelli, il ragioniere di Silvio Berlusconi e ufficiale pagatore delle Olgettine, sono inziati il 26 maggio 2010, un giorno prima della famosa notte di essere fermata e portata in Questura. “Non avevo più contatti con Berlusconi perché si era incavolato per le bugie che avevo detto”. Ruby ha raccontato di aver chiamato Spinelli perché aveva bisogno di soldi e non poteva chiamare il Cavaliere. La Procura non tira le somme di questi dati, ma è evidente che si vuole provare che Berlusconi fosse consapevole almeno dal giorno prima della notte in Questra che la marocchina, poi spacciata per la nipote dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, fosse minorenne.

Secondo i dati della Procura Karima El Mahroug, che a molte domane ha continuato a rispondere “Non ricordo, non ricordo. La mia memoria può fallire perché a differenza delle intercettazioni io non sono uno strumento”, ha partecipato a diverse serate quando erano prensenti anche altre ospiti. Ma la sera del 9 marzo risulta essere presente da sola nella residenza del leadere del Pdl: “Ha dormito ad Arcore da sola quella sera?” ha chiesto il pm e Ruby: “No, non ricordo”. Il pm le ha contestato di aver lasciato un numero inesistente all’agenzia di Lele Mora e le ha chiesto quale fosse il motivo. La ragazza ha risposto: “Non ricordo”.

La Procura di Milano ha ricostruito anche il rapporto con la prostituta brasiliana Michelle Conceicao: la donna, secondo il racconto di Ruby, le avrebbe proposto di fare la prostituta perché lei – avendo avuto un problema di salute – non poteva. Ma la marocchina avrebbe rifiutato. Nell’agenda la brasiliana aveva segnato al nome di Ruby la parola “troia”, ma Ruby nega di essersi mai venduta per soldi.  Ruby il 1° maggio fu scippata a Milano in corso Buenos Aires: nella borsa la marocchina aveva tra i 5mila e 7mila euro: “Erano i soldi delle serate del Presidente“.

Ruby ha negato di aver detto a Caterina Pasquino, l’amica con cui condivideva l’appartamento di via Settala, di aver avuto rapporti sessuali con il leader del Pdl. Rispondendo al pm ha negato anche di essersi mai “vantata” con l’amica di aver fatto sesso con l’ex premier, smentendo le stesse dichiarazioni che la Pasquino ha messo a verbale. “Insomma, lei esclude anche si essersi inventata di aver avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi?”, le ha chiesto il pm. “Escludo”, è stata la risposta di Ruby.

Cronaca ora per ora

Ore 11.59Ruby: “Le somme nell’agenda? Una forma di vanto”. Il pubblico ministero mostra a Ruby l’agenda in cui erano segnati delle somme: 70mila conservati dall’avvocato Massimo Dinoia, 170mila da Spinelli e 4 milioni e mezzo da Berlusconi: “Una forma di vanto, per dire prendo questo prendo quello” risponde al pubblico ministero e al presidente del collegio. Sangermano ha chiesto se c’era stata una trattativa a prescindere da eventuali rapporti sessuali con il presidente del Consiglio? “La richiesta soldi era per il centro estetico, le altre somme erano un vanto”.

Ore 12.07 – Ruby: “Bunga bunga? Raccontavo cavolate”. Il pm legge un verbale del 3 agosto 2010 in cui Ruby aveva raccontato del Bunga bunga e dei “piaceri corporei”. La marocchina aveva raccontato ai pm che Berlusconi le aveva proposto di scendere giù, una sorta di “harem femminile” come gli aveva spiegato l’amico Gheddaffi: “Quella sera mi spiegò che le ragazze si spogliano per piacere corporeo”, ma ora la teste dice che anche quelle dichiarazioni non sono vere. “Perché dice cose vere (mai rapporti con Berlusconi, ndr) e cose non vere (Non c’erano ragazze nude, ndr)?” chiede il pm e la ragazza: “Come ho detto ai tempi raccontavo cavolate, bugie, fandonie, panzanate. Non capivo il ruolo e non capivo perché tutte quelle domande da parte dei pm”.  Il pm ha parlato di una sorta di “preveggenza” della marocchina, perché alcune ragazze hanno poi parlato di scene erotiche ad Arcore ma secondo Ruby nessuno le ha mai detto che ad Arcore c’erano spogliarelli erotici. 

Ore 12.27 – Ruby a verbale: “Minetti sapeva che ero minorenne” ma in aula: “Cavolate” -  Ruby a verbale sempre il 3 agosto aveva dichiarato che l’ex consigliera regionale sapeva sin dalla prima cena ad Arcore (il 14 febbraio 2010) che lei avesse meno di 18 anni, ma in aula rettifica anzi smentisce: “Non mi ricordo l’interrogatorio con il pm Sangermano. Mi scuso con il pm di aver raccontato delle cavolate. La Minetti l’ha saputo la sera del 27 che ero minorenne”. “Prima avevo raccontato le cavolate e mi dispiace di averlo fatto. Oggi sono qui per dire la verità”, ha detto la ragazza che ha negato peraltro di essersi esibita in balli erotici ad Arcore. La giovane ha ricordato che almeno a un interrogatorio di essere stata accompagnata dalla figlia di Lele Mora, Diana che era intenzionata a chiederne l’affido.

Ore 12.39 – Ruby: “Non ricordo totale buste. La cifra esatta che ricordo è 30mila” - Alla domanda se ricorda la cifra totale del denaro ricevuto da Berlusconi  Ruby risponde di no Ruby: “Non ricordo totale busta. La cifra esatta che ricordo è 30mila”. Il procuratore aggiunto Pietro Forono le contesta un altro verbale dove Karima El Mahroug dopo aver elencato i regali del Cavaliere – gioielli e borse – aveva dichiarato: “Inoltre mi ha regalato varie somme di denaro, ho ricevuto la somma 187mila di euro da febbraio a maggio. Una parte l’ho data a mia madre per circa 40mila, la parte restante l’ho spesa in vario modo”. Ma Ruby replica: “Non ricordo questa somma. Ho esagerato”.

Ore 13.01 – Ruby: “A mia madre dissi delle cene del presidente Berlusconi” – “A mia madre dissi delle cene del presidente Berlusconi, ma credo che non mi abbia creduto” dice in aula la marocchina, il pm le ha contestato che nel verbale del 3 agosto aveva invece raccontato che sua mamma le aveva sconsigliato di frequentare Arcore e che le interessavano i soldi.

Ore 13.11 -Ruby e il fermo del 27 maggio, il pm: “Propose rapporto sessuale a poliziotto”. Il  procuratore aggiunto Pietro Forno, dopo aver chiesto a Ruby se avesse visto personaggi del mondo della politica ad Arcore, le ha chiesto di ricordare cosa disse all’agente che il 27 maggio la fermò perché Caterina Pasquino, la sua coinquilina, l’aveva denunciata per furto. L’accusa ricorda che agli atti c’è la trascrizione della telefonata del 113 e la reazione della marocchina fu quella di proporre un rapporto sessuale all’agente.

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